Storie di giovani

  • Marco e quella rotonda dagli occhi blu

    Il senso dell’estetica, una laurea in architettura in tasca e la voglia di rendere più accogliente la propria città. È stata la somma di questi elementi a spingere, qualche tempo fa, Marco Rateni a chiedere al Comune di Campobasso di poter ‘adottare’ un’aiuola. Precisamente quella alla rotonda nei pressi di contrada Selvapiana, nelle vicinanze del vivaio di famiglia.

    E Marco che attualmente realizza giardini artistici per conto dell’impresa del padre ha deciso di donare un po’ della sua arte anche alla città di Campobasso. Tutti materiali naturali per un disegno in cui, dice, “il bello è rappresentato proprio dal fatto che ognuno vede sempre qualcosa di diverso” .

    Al di là di quelle che Umberto Eco avrebbe chiamato “le intenzioni del lettore”, per realizzare la sua opera d’arte nella rotonda nei pressi dello stadio, Marco ha usato la fantasia, ispirandosi anche alla copertina di un disco dei Def Leppard, un gruppo musicale britannico nato alla fine degli anni settanta.

    E lì, tra le auto in corsa ha trovato posto un’opera, ‘Little girl’s eyes’ (come la canzone di Lenny Kravitz ndr), a cui, nonostante ciò che ognuno possa vedere, Marco ha dato un significato ben preciso che lui stesso ha descritto, lo scorso 15 giugno, a corredo delle foto dell’opera. “Un nuovo occhio si è aperto nel comune di Campobasso. Le sue sfumature lo assimilano ad uno specchio d’acqua all’interno del contesto verde che lo circonda. Blu come i profondi oceani, azzurro come il cielo di Cotugno, viola delle misteriose galassie.  Un occhio come quello di mia madre, che mi sarà sempre vicina in ogni istante della mia vita. Un occhio come quello della splendida Martina, la piccola della famiglia. Un occhio come quello dei due fratelli che tra poco diventeranno papà. Un occhio che mi ricorda una notte da sogno di mezza estate. Street Art e Land Art – conclude Marco possono fare davvero grande la nostra bella Città, basta anche solo aprire un occhio”.

    Per fare spazio a quella nuova prospettiva Marco ha usato solo materiali naturali. “Ho utilizzato – racconta – pietre di diversi colori. Quelle che si trovano nei vivai, ma in realtà ho aggiunto anche una serie di pietre che ho collezionato nel corso degli anni, come una piccola pietra blu presa ai piedi della celebre ‘Casa sulla cascata’ in Pennsylvania o, altre raccolte sulla riva dei laghi in cui sono stato in giro per il mondo”.

    “Al centro,  – continua a descrivere per ricreare il nero della pupilla ho messo la terra, che col tempo ospiterà delle piante nere, mentre attorno al lampione si arrampicherà un acero rosso. Inoltre, sulle pietre che delimitano il contorno delle aree blu, ho passato un velo di vernice catarifrangente. Mentre la cosa che più mi piace è che, vista dall’alto, è come se le strisce pedonali attorno alla rotonda, formino le sopracciglia dell’occhio”.

    Marco a cui davvero piace che qualcuno, in quell’immagine, ci abbia anche visto “il mondo”, vuole solo che tutti possano leggere un unico messaggio, ovvero la “necessità di riqualificare le aree degradate della città, per donare decoro a un capoluogo che agli inizi del ‘900 era noto per il suoi ampi spazi verdi”. Il tutto ovviamente autofinanziandosi e sperando che anche gli altri possano fare lo stesso o, almeno trovare qualcuno che sposi l’iniziativa e che lo aiuti a realizzare ciò che ha in mente: un piano di valorizzazione capace di coinvolgere altre zone della città.

    Intanto, in attesa che ciò possa accadere, Marco che quell’aiuola promette di arricchirla sempre di più, “tempo e soldi permettendo, durante il mese di settembre andrà sul lago di Como a realizzare un giardino, ispirato a ‘Dark side of the Moon’ dei Pink Floyd, per aver vinto un concorso a cui erano chiamate a partecipare le imprese con un disegno dedicato alla luna.

    “Quando l’ho saputo, – dice – ho subito pensato alla copertina dei Pink Floyd e ho presentato un progetto con la variazione policromatica con pietre e piante dai colori diversi. Mentre il prisma al centro della copertina è una struttura in legno, il raggio di luce che entra dall’ interno è formato da led che si illumineranno nelle ore notturne”. Con queste parole Marco parla dell’opera d’arte che andrà a realizzare il mese prossimo, dopo essersi classificato al terzo posto del concorso ‘Orticolario’. Un’occasione per scoprire come il tema del verde possa essere contaminato dalla musica rock e sperando soprattutto che ciò possa avvenire in una città come Campobasso, magari proprio sotto quell’occhio attento che lui stesso ha creato.

  • Laura Marianera, con un kit anti malocchio made in Molise

    “Togliere il malocchio” ora non è più solo un antico rito confinato in Molise, ma questa antica tradizione ha varcato i confini regionali per diventare addirittura patrimonio internazionale. A far fare questo salto di qualità, ma soprattutto di visibilità, a una pratica che in molti portano ancora avanti, ci ha pensato Laura Marianera, giovane di Campobasso che, con un apposito kit pensato per poter “togliere il malocchio”, ha vinto il bronzo per la categoria “Cultural Heritage and Culture Industry Design Category” nella più grande e diffusa competizione internazionale di design al mondo: A’ Design Award & Competition.

    Laura, che attualmente lavora come grafica a Firenze e sta per prendere la Laura specialistica, nel 2014 con una tesi triennale in Disegno Industriale all’Università di Firenze, aveva sviluppato tre progetti legati a tradizioni, superstizioni e cibi molisani. Oltre al kit con cui ha ottenuto il prestigioso riconoscimento, la giovane del capoluogo aveva realizzato altri due progetti, uno legato alla pizza scema di Baranello, tipica del giorno di San Martino, e uno relativo alla ‘Ndocciata di Agnone legata alla tradizione di portare una ‘ndoccia davanti casa dell’amata per chiederle di sposarla.

    Tuttavia, tra i tre progetti il ritual kit, denominato “Occhiataccia”, le è sembrato quello più adatto a una giuria internazionale. “In moltissime culture – racconta infatti Laura –  ci sono riti e tradizioni simili e, oltre a essere particolarmente legata a  questo progetto, mi è sembrato quello più facile da spiegare”.

    È stato così che, una volta sviluppato il progetto, lo stesso è stato prototipato in ceramica da un’azienda di  Vinchiaturo che ha realizzato sia il prodotto che la decorazione. Ne è derivato un “attrezzatura anti malocchio” dal design raffinato e moderno. Originale e innovativo anche il packaging, parte integrante degli altri strumenti, dove è riportata la guida di utilizzo.

    Insomma, sembra proprio una di quelle cose che non dovrebbero mai mancare in una casa: sia delle persone più anziane, sia di quelle più giovani, che ancora in Molise conoscono e praticano una delle più antiche tradizioni. E chissà che ciò non possa avvenire: la speranza è trovare un imprenditore che decida di mettere il kit in produzione. “Sarebbe davvero bello – dice Laura – poter vedere questo prodotto in vendita, magari come souvenir per chi viene in Italia e in Molise e ha voglia di acquistare un oggetto che racchiuda antiche tradizioni di un popolo”.

    Un modo originale e innovativo per poter esportare il Molise, attraverso un gadget Made in Italy, realizzato da chi pur decidendo di studiare e vivere fuori dal contesto regionale continua ad avere un rapporto molto stretto con la piccola regione. “Il cibo e la montagna”, dice infatti Laura sollecitata a pensare a due cose che più le mancano di un Molise, dove i collegamenti di trasporto rappresentano purtroppo ancora la nota dolente che spesso impedisce a chi vive fuori di tornare più di frequente.

    “Chi si trova in altre parti d’Italia e magari vorrebbe tornare più spesso è però scoraggiato dai collegamenti e soprattutto da tutte le vicissitudine che accadono sul treno Roma – Campobasso”. Insomma, se il Molise, con tutti i suoi riti e le sue superstizioni esiste, così come ora dimostra anche un premio internazionale, dovrebbe, però, trovare anche il modo di essere finalmente raggiungibile per chi ha scelto di scoprirlo.

  • Dai freestyle con gli amici al campetto di basket di Ferrazzano, al suo primo disco: il rapper Andrea Cerullo, in arte JanahDan, si racconta.

    JanahDan per il mondo della musica, che per gli amici resta il più familiare Andrea Cerullo è nato a Campobasso e nei suoi primi trent’anni ne ha già fatta tanta di strada. Cantante, musicista, scrittore ed autore, è in questi giorni emozionato per l’uscita del suo primo album ‘Onironautilus’ da qualche giorno ufficialmente in tutti gli stores digitali. Undici tracce in cui si mescolano riflessioni profonde e a volte allegoriche sulla società e sul costume, racconti di vita vissuta, sospensione della realtà, sana ironia per più piani di lettura, uniti da un unico filo conduttore: il viaggio.

    Andrea vive nel capoluogo molisano insieme alla sua famiglia, quando inizia ad avvicinarsi alla musica soul/funk, proprio grazie ai vinili collezionati dal padre fin dagli anni settanta. Qualche anno più tardi sarà il campetto da basket della Nuova Comunità, un vecchio stereo con le cassette delle registrazioni di One Two One Two (la nota trasmissione radiofonica dedicata all’hip hop ndr), a divenire il contesto che fa da sfondo ai primi freestyle tra amici che, alla fine degli anni novanta, condividono la stessa passione per quel genere di musica.

    Nella sua permanenza a Campobasso, Andrea fa parte del primo storico sound della città Ganja Smoka’. Finite le scuole superiori si trasferisce a Roma, dove all’Università ‘La Sapienza’ consegue la Laurea magistrale in Lettere e Filosofia, con indirizzo Spettacolo. Durante gli studi collabora con diversi artisti e i primi successi derivano dalle numerose vittorie nei contest di freestyle, grazie alle quali viene poi chiamato a partecipare a diversi e interessanti progetti e live. Tra quest’ultime esibizioni, ci sono aperture ad artisti di spessore del panorama italiano ed internazionale come Afu Ra, Almamegretta, James Senese, Tricky, Artificial Kid, Dub Sync, Ghemon, Rootsman.

    Il giovane di Campobasso si trova così a collaborare anche con Soulcè, DeejWise e Smania Uagliuns, e saranno proprio quest’ultimi a condurlo verso l’etichetta indipendente ReddArmy e quindi verso il disco, nel quale gli stessi sono presenti in due pezzi. La maggior parte delle tracce di ’Onironautilus’ sono curate dal polistrumentista Shiny D (Torpedo, Voodoo Brothers), di altri quattro brani, invece, due sono prodotti da The Agronomist e due da VirtuS.

    Prima di approdare all’album, però, la passione di Andrea per la musica corre parallelamente a quella per la scrittura che lo porta, nel 2011, a frequentare la Comics Scuola Internazionale del Fumetto, dove sotto gli insegnamenti del maestro Lorenzo Bartoli consegue, col massimo dei voti, il titolo in Sceneggiatura e Scrittura creativa. Da questo percorso otterrà due pubblicazioni nei panni di soggettista e sceneggiatore. Tutt’ora Andrea è impegnato in una collaborazione oltreoceano con la Mike Lanza Menagement, per la realizzazione di una storia a fumetti sullo storico gruppo hiphop di LosAngeles: Jurassic 5.

    Uno stile di scrittura quello dei fumetti che in qualche modo riecheggia nel disco, la cui copertina è stata disegnata da Arturo Lauria e che sta già avendo un notevole riscontro di pubblico, al pari del singolo ‘Di notte’, il cui video è diretto da Matteo Montagna. Immagini, suoni e testi di cui ci parla lo stesso artista che nell’intervista a CBlive racconta un po’ di sé, della sua musica e del suo rapporto con la città di Campobasso.

    Quando hai capito che nella tua vita la musica avrebbe avuto un peso fondamentale? “Quando ho smesso di dire che volevo fare l’astronauta. Quando ero piccolo, ogni domenica mattina mio padre metteva della musica rigorosamente in vinile sul suo personalissimo Technics a cinghia. Si passava da Tullio De Piscopo ai Meters e io mi lanciavo sul pavimento simulando inconsapevolmente una sorta di breakdance dall’estetica discutibile, ma sufficiente a farmi pensare: hey questa roba è molto più elettrizzante dell’apollo 13!”

    I tuoi primi freestyle nascono a Campobasso, più precisamente al campetto di basket della Nuova Comunità. Sono gli anni novanta e con alcuni amici condividi la passione per l’hip hop. Che ricordi hai di quegli anni? Cosa è cambiato e, soprattutto, come sei cambiato tu? “Ho dei ricordi di spensieratezza. Sentivamo il bisogno di esprimerci, per esorcizzare la routine di una città, che soprattutto all’epoca, aveva poco da offrire ai ragazzi. Eravamo pochissimi a dedicarci a questa cultura. In quegli anni, o eri un ‘truzzo’ da discoteca o uno smontatore di motorini o, nella peggiore delle ipotesi, finivi in brutti giri. Noi ci eravamo creati una sorta di indipendenza da tutto questo coniugata con l’arte non solo dei microfoni, ma anche dello spray e del ballo. Da allora sono cambiate tantissime cose, i ragazzi si riuniscono più nelle piazze virtuali che in quelle di cemento. In realtà, anche io all’epoca avevo iniziato a scrivere i miei testi direttamente su computer. La digitalizzazione è stato un processo inevitabile che ha portato sicuramente a più informazione e propagazione. Oggi gli amanti della cultura hiphop a Campobasso sono tantissimi, tuttavia quando ero in giro con la mia ‘crew’ mi sentivo in famiglia, eravamo pochi ma saldi, oggi sento che questo livello di familiarità in parte sta scemando”.

    Che rapporto hai oggi con la tua città e con il panorama musicale del Molise? Con la mia città ho un ottimo rapporto. Ovviamente mi riferisco alle persone che la popolano, molte persone mi seguono, molte non mi conoscevano ed hanno fatto un viaggio a ritroso scoprendo il mio nome tra antiche pergamene ingiallite nascoste nelle cripte dei sotterranei della Cattedrale. E’ bello tornare e vedere che c’è sempre più gente che si rimbocca le maniche e cerca di fare qualcosa di culturalmente, artisticamente e socialmente valido. Dai tempi in cui iniziai io, le acque si sono decisamente smosse, sebbene noto ancora un pò di diffidenza da parte delle istituzioni. Sembra quasi che se non fai la ‘sagra del cavatello’ loro non si muovono”.

    Come nascono le tue composizioni e cosa fai quando ti senti ispirato? “Io sono un viaggiatore metropolitano. E come tale ho sempre dinnanzi a me l’operato della società, il suo status, le tendenze, le evoluzioni o involuzioni, i suoi diritti e i suoi soprusi. Perciò le mie composizioni nascono da qui, dal ‘noi’ inteso come razza umana. Poi nel mio piccolo tugurio sul pianeta Ultramar mi trasformo in alchimista astropate e cerco di modellare la forma migliore per esprimere ciò che avverto”.

    Il 27 ottobre scorso è uscito il tuo disco: parlaci un po’ di quest’ultima fatica musicale. “Onironautilus è un disco di undici tracce ed è uno shakerato di funk, jazz e reggae, ma di matrice certamente hiphop, con tantissimi ospiti di cui musicisti, deejays, rappers e cantanti. Quindi la mia musica non ha una collocazione necessariamente catalogabile sotto un unico insieme. Con questo presupposto non è stato difficile trovare subito una sintonia con i membri delle etichette di RedGoldGreen e Reddarmy, in entrambi i casi il mio confronto è stato con persone che hanno una visione della musica a 360 gradi e questo è stato molto stimolante per me”.

    Onironautilus: il titolo accosta una visione onirica all’immaginario sottomarino ideato dallo scrittore francese Verne. Perché questa scelta? “Concettualmente si tratta di un viaggio traslucido (onirico) attraverso questo veicolo che dà, appunto, il nome al disco. Il Nautilus è il famoso sommergibile di Verne, tuttavia è anche un tipo di conchiglia molto particolare che si riteneva estinta e che poi, invece, è stata riscoperta in seguito. Questa è un po’ anche la caratteristica della mia musica, che prende spunto dalla musica del passato (creduta estinta) ma che si rinnova riscoprendosi, e si spera, evolvendosi”.

    ‘Di Notte’, il nuovo singolo estratto da Onironautilus, in qualche modo parla di “notti in cui è possibile guardare oltre”. Oltre da cosa? “Oltre le inibizioni del giorno. E’ un’altra dimensione, è certamente il momento in cui togliamo gli abiti della nostra professione e siamo finalmente noi stessi, generalmente è un momento di libertà dalle sofferenze e dai pesi della vita. Non si può vivere solo di notte ed è questo che la rende speciale, tuttavia chi vive solo di giorno è come se vivesse a metà”.

    Il videoclip è ambientato per le strade e i quartieri di Roma ed è stato girato da Matteo Montagna, che ha lavorato con artisti con Piotta, Amir e Adriano Bono. Com’è stato lavorare con lui e girare le scene? “Con Matteo ormai siamo amici. E’ stato lui a girare e montare tutti i miei videoclip ufficiali. Mi fido molto del suo modo di operare ed è veramente in gamba nel muovere la macchina. Mi trovo molto bene con lui, perché la mia creatività è compatibile con la sua, quindi spesso accade che riusciamo ad adeguarci alle situazioni tirando fuori idee anche all’ultimo secondo. A volte, ad esempio, può mancare all’ultimo un oggetto che ci serviva o, magari, una location non è utilizzabile per variegati motivi: in quei casi riusciamo sempre a venirne fuori con colpi di scena inaspettati. Nonostante sia decisamente faticoso, ci divertiamo molto quando siamo sul set dove ne possono capitare di tutti i colori, soprattutto se stai girando a Roma in zone più o meno popolate, dove il personaggio del giorno può sempre spuntare fuori da un momento all’altro”.

    Sugli 11 brani del disco, qual è quello che meglio ti rappresenta o quello al quale ti senti maggiormente legato? “In realtà ho difficoltà a dire quale mi rappresenta di più. Sono tutti delle sfaccettature della mia vita ed escluderne una sarebbe come togliere un pezzo di me, tuttavia posso certamente ammettere che ‘Facce da photoshop’ è stato il trampolino di lancio per la scelta musicale ed il concept”.

    Nella tua vita non solo la musica ti ha dato grosse soddisfazioni a livello professionale e personale, ma anche la scrittura creativa e i fumetti. Attualmente impegnato in una collaborazione oltreoceano con la Mike Lanza Menagement, per la realizzazione di una storia sullo storico gruppo hiphop di LosAngeles: Jurassic 5. Di preciso di cosa si tratta ? “Per questo sarò per sempre grato al mio compianto professore della scuola internazionale di Comics, Lorenzo Bartoli, che io definivo il Genio delle Tartarughe. Sicuramente è stato uno degli incontri più significativi della mia vita e, grazie a lui, ho acquisito la consapevolezza che avrei potuto scrivere e farlo decisamente bene. Ormai sono diversi anni che pianifico la conquista del sistema interplanetario Genoma IV con il mio collega di delirio Arturo Lauria, disegnatore tanto eccezionale quanto stra maledetto da Satana, con cui abbiamo condiviso la prima pubblicazione di una storia a fumetti da me sceneggiata e da lui disegnata. Da lì è nato un sodalizio molto saldo a tal punto che il buon vecchio Mike Lanza ha visto i suoi disegni e gli ha chiesto: hey questa roba spacca! Che ne pensi di fare una storia sui Jurassic 5?. Lui senza pensarci gli ha detto: ho anche lo sceneggiatore che si fa endovena di Jurassic 5. Parlava di me che effettivamente sono un fan accanitissimo del gruppo, adesso siamo in fase di sviluppo, perciò incrociamo le dita”.

    Un consiglio ai giovani del capoluogo che vogliono fare musica? Il consiglio che posso dare a chi vuole fare musica, qualsiasi genere essa sia, è di studiare. Quindi andare ai concerti, comprare dischi, seguire le riviste di settore, oltre ovviamente ad allenarsi costantemente. All’esterno sembra che ormai fare musica equivalga a sapersi mettere in posa per i social network ma non è così. La musica deve andare oltre la moda del momento se si vuole fare questa professione. L’unico modo per convincersi di fare bene, è fare musica di qualità soprattutto in un periodo dove lo spam ci ricopre fino al collo. Non so se ci sarà una sdrammatizzazione di questo paradigma, non so cosa accadrà prossimamente, ma so per certo che se ognuno fa la propria musica, con passione e qualità, allora non potrà mai rimpiangere nulla quando la farà ascoltare ai propri nipoti”.

  • Francesco alias Helveg: dal vinile alle locandine con le sue serate. Il dj del capoluogo racconta la storia di una passione

    Francesco De Lisio  aveva 5 anni quando i suoi genitori lo portavano con loro a casa di alcuni amici e, a quell’epoca, non poteva certo immaginare che la musica, un giorno, avrebbe rappresentato una parte consistente della sua vita. Al tempo, durante quelle feste, nella sala da pranzo di casa Anzovino, il proprietario dell’abitazione, il signor Giuseppe, faceva ballare ai suoi invitati la musica anni ’60.

    Il piccolo Francesco guardava con piacere i suoi divertirsi insieme ad altri amici di famiglia e, con altrettanto piacere, di fianco al giradischi prendeva confidenza con il mondo della musica, sfogliando le copertine dei vinili. È così che è nato tutto, un po’ per caso un po’ per fortunate coincidenze. Soprattutto perché i figli di quel signor Giuseppe, appassionato di musica anni ’60, sono stati un po’ i papà musicali di Francesco.

    Uno passandogli le canzoni da ascoltare, l’altro, Carlo Anzovino, noto dj del capoluogo, per avergli insegnato i trucchi del mestiere, quando Francesco lo guardava suonare nei locali in cui è lui oggi a mettere i dischi.

    Francesco infatti nel frattempo cresce, si appassiona alla musica e inizia a osservare da vicino questo dj che lui conosce da sempre e, di cui apprezza soprattutto il modo in cui riesce a imporre generi diversi, in locali che si configurerebbero come semplici discoteche. In quel periodo al blasonato Amadeus, nei pressi del cinema Maestoso, riescono a trovare difatti una zona di confort anche le canzoni dei Nirvana, dei Cure o degli Oasis. All’epoca, con Carlo, cose improponibili per la massa diventavano lì del tutto apprezzate dal folto pubblico del locale.  Dall’Amadeus, Anzovino approda poi all’altrettanto affollato bar di via Insorti D’Ungheria, quello dove le persone la sera arrivano fino al ciglio della strada e dove, ai tempi, ad accogliere i clienti c’era una delle icone simbolo del capoluogo, Piero Ioffredi, detto Polpetta. È lì che Francesco partecipa alle serate di Carlo e un pomeriggio, sicuro di ottenere un rifiuto,  prova a chiedere a quest’omone grande e grosso se può fare una serata. All’inaspettata risposta positiva fa seguito il problema della scelta del nome d’arte da apporre sulla locandina. A risolvere la questione sarà però il compagno di università che aveva accompagnato Francesco quel pomeriggio. “Scrivici Helveg, come il giocatore”, dice con un sorriso, riferendosi a una certa somiglianza fisica tra i due. Un nome questo, che fa subito simpatia a Piero, soprattutto per la maglia dell’Inter indossata in quegli anni dal calciatore danese.

    È il 2007 e qualche giorno dopo la prima locandina con il nome di Francesco consacrato ormai come Helveg è pronta: la sua prima serata ci sarà sabato 3 febbraio.

    Da allora sono passati più di 8 anni e Francesco non solo ha conservato quel nome, ma continua a suonare nel locale che gli ha dato popolarità. Il giovedì per molti ragazzi del capoluogo la sua musica è un appuntamento fisso e molte delle locandine delle sue serate oltre a essere state fissate sul soffitto del bar ‘Pulp’ continuano, di settimana in settimana, a essere condivise sui social.

    Lo avresti mai detto? “Assolutamente no. Non avrei mai immaginato che quella serata sarebbe stata solo l’inizio di tante altre e, soprattutto, non avrei mai immaginato che dopo tutti questi anni la gente mi chiamasse Helveg ovunque, anche allo stadio, forse dimenticandosi del tutto il mio nome di battesimo”.

    Come la vivi questa cosa? “In realtà mi diverte molto. È una cosa che ho lasciato andare e che mi va bene così”.

    Il giovedì ormai è un appuntamento fisso con le tue serate. Come ti prepari e come scegli le canzoni? Quando ci inizi a prendere la mano e vedi le persone che reagiscono in un determinato modo ad alcune canzoni, ti viene proprio l’abito mentale di iniziare a ragionare come se stessi continuamente componendo una scaletta. Senti un pezzo e magari come prima cosa non pensi questo mi piace o non mi piace, ma ti chiedi se può star bene subito dopo un altro”.

    Una cosa positiva e una negativa di queste serate e del tuo mestiere in generale? “La cosa bella del pubblico del giovedì è che è molto educato e molto tollerante musicalmente, quindi non solo puoi mettere di tutto ma soprattutto nessuno si lamenta se ogni tanto fai qualche deviazione dal solito. Però è pure vero che a una certa ora si crea uno ‘zoccolo duro’ di persone che vuole sentire sempre le stesse cose, a volte anche nello stesso ordine”.

    A che canzoni ti riferisci? Ce ne sono alcune in particolare che sono: ‘Alghero’ di Giuni Russo, ‘Non succederà’ più di Claudia Mori e ‘Ballo ballo’ di Raffaella Carrà. Ecco, succede che le persone te le chiedono e in quel momento sei ingabbiato, perché l’equilibro di un bravo dj è comunque quello di trovare un punto d’incontro tra i propri gusti personali e quello che vuole sentire la gente”.

    Come le gestisci le richieste? “Mah, alle volte ci riesco di più, alle volte di meno. Secondo me, è più difficile per il pubblico poter comprendere come  un dj si può anche rompere le scatole di mettere per un anno intero duecento volte la stessa cosa. Però, è pur vero che i clienti vanno accontentati, in fondo queste canzoni sono dei cavalli di battaglia che vanno sempre. Ad esempio le due canzoni sulle quali il mio pubblico quasi diventa ‘molesto’ (ride ndr) sono Alghero e Mary Lou di Mannarino. Queste proprio non le posso evitare. La mia però non vuole essere affatto una lamentela”.

    In generale cosa pensi del pubblico campobassano? “Credo che la gente nei locali non vada tanto per la musica o, almeno non solo per quella. Le persone vanno dove al birra costa di meno, dove si sparge la voce che è più facile rimorchiare. Sono pochissimi quelli che vanno da qualche parte a seguito di una scelta consapevole da un punto di vista musicale e culturale. Questo lo dico anche con una punta di risentimento, perché secondo me ci dovrebbero essere altre motivazioni alla base. Allo stesso tempo credo che altrove sarebbe più facile proporre cose che qui difficilmente vengono preferite. Ad esempio nella zona di Firenze ci sono serate britpop, un genere non molto ballabile e che non va bene per il pubblico del capoluogo. Ovviamente sono esempi anche facili, perché in grandi città c’è un’offerta molto più ampia. Allo stesso tempo, però, sono anche certo che andare a mettere Alghero o Mannarino altrove, probabilmente non riscuoterebbe lo stesso successo”.

    A Campobasso ci sono tanti altri dj, che rapporti hai con loro e cosa pensi soprattutto dei più giovani? “Ce ne sono tanti molto bravi. Io credo che il nostro sia un mestiere in cui non si smette mai di imparare, soprattutto dalle persone più grandi di te. Posso anche dire che a Campobasso c’è anche una fetta di persone che diciamo così ‘se la tira’, che fa questo mestiere per apparire, per ritagliarsi un personaggio, più che per amore verso la musica. Una realtà tipicamente molto accentuata in una dimensione provinciale come la nostra. Parliamo anche di una città dove molti hanno un’autostima musicale di se stessi esagerata, mentre forse dovrebbero volare più basso, anche perché questo è un mestiere dove nessuno inventa nulla. I fenomeni musicali che hanno fatto la storia sono altrove. Credo che in alcuni casi ci vorrebbe solo un po’ più di umiltà. E poi ovviamente, come in tutti i settori, c’è sempre quella porzione di colleghi che, mentre ti viene a fare i complimenti per come sta andando la serata, ti stringe la mano sperando di farti le scarpe.  Per quanto riguarda, poi, le nuove generazioni penso, invece, che abbiano proprio un rapporto diverso con la musica. Ad esempio, io quando vado a fare le serate mi porto le borse con i cd, mentre per loro queste sono cose sorpassate, perché con i programmi che ci sono adesso, fanno tutto con il computer”.

    Progetti futuri al di là della musica? “A ottobre aprirò a Piazza della Repubblica un negozio di video games. Sarà possibile acquistare console, accessori, gadget, peluches, videogames nuovi e usati, e action figures. Si tratta di un’attività che comunque va a sposarsi bene con un’altra passione che coltivo da sempre”.

    Sogni nel cassetto legati alla musica, invece? “Chissà magari un giorno poter fare una serata in Inghilterra dato che esco pazzo per il britpop. Oppure, volando più basso, al Circolo degli artisti di Roma, ma ovviamente (ride di gusto) sono sempre e solo sogni”.

  • Ritrova le lettere che il suo prozio scrisse durante la Grande Guerra: ne nasce uno spettacolo teatrale.

    Un plico di lettere dal fronte ritrovato per caso. Missive che parlano di un contadino di soli 21 anni partito per la Prima Guerra Mondiale. Una storia avvincente quella de ‘Il cappello di ferro’, in scena al Teatro Savoia di Campobasso dal 23 all’11 marzo con spettacoli per le scuole molisane, capace di narrare la purezza e la semplicità dei sentimenti di un giovane meridionale al cospetto dell’assurdità della guerra. 

    La pièce, promossa in occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, dalla Fondazione Molise Cultura in collaborazione con la Compagnia Stabile del Molise, è tratta da ‘Un soldato contadino – lettere dal fronte 1915/1917’ di Anna Falcone, pronipote dell’autore degli scritti, che per caso un giorno si ritrova in mano un plico di circa 150 tra lettere e cartoline e, dopo averle lette una ad una decide di ricostruire la vita del suo consanguineo, che in guerra morì giovanissimo.

    Giuseppe Serpone, nacque a Toro, il piccolo paese alle porte di Campobasso il 19 marzo 1894, venne arruolato nel 1915 nel 212° Fanteria, Brigata Pescara, Genio zappatori. Il giovane trascorse un iniziale periodo di addestramento militare a Chieti per poi giungere nella zona di guerra nell’aprile del 1916. Partecipò a importanti eventi bellici, tra i quali la presa di Gorizia dell’agosto del 1916. Morì a soli 23 anni, nel 1917. È sepolto a Caporetto.
    Nelle lettere scritte dal fronte alla moglie, che aveva sposato da appena pochi mesi, e ai suoi genitori, descrive le dure condizioni di vita dei soldati, la sua angoscia per una pace che non arriva e il dolore per il distacco dai suoi cari.
    Tanti sono i particolari che il ragazzo racconta anche su episodi molto importanti della “Grande Guerra” quali la conquista di Gorizia.
    Giuseppe scriverà la sua ultima cartolina alla compagna il 6 giugno 1917 infatti, il giorno dopo, alle 10 di mattina, a quota 900 a Plezzo, nell’alta valle dell’Isonzo, in un luogo non lontano da Caporetto, resterà colpito a morte con una pallottola in fronte.
    Dopo la sua scomparsa la giovane coniuge Maria Antonia, sposerà, secondo le usanze dell’epoca, Francesco, fratello di Giuseppe, sopravvissuto alla guerra.

    A raccontare l’emozione provata per aver ritrovato dei documenti storici così importanti e come è nata l’idea di trasformare il tutto in uno spettacolo teatrale, è Anna, la pronipote di Giuseppe il cui ruolo è stato decisivo affinché questa storia dal contesto familiare approdasse a un pubblico più vasto e, in modo particolare, agli studenti delle scuole, chiamati a riflettere su importanti tematiche.

    Come hai ritrovato queste lettere e come è nato il tutto?
    “Le lettere scritte da Giuseppe, lo zio diretto di mio padre, erano state custodite per anni dalla vedova. Alla sua morte le aveva ereditate mia nonna e alla morte di quest’ultima, mio padre. Circa 6 anni fa mi sono capitate in mano per caso. Ho iniziato a leggerle tutte d’un fiato e pian piano ho ricostruito tutti gli avvenimenti di quell’anno e mezzo in cui sono state scritte”.

    Hai fatto numerose ricerche, tanto da scoprire anche dove il tuo prozio era sepolto. Come ci sei riuscita?
    “Dopo aver ricostruito gli spostamenti di Giuseppe e i dettagli degli avvenimenti storici che caratterizzano la sua esperienza, mi sono chiesta dove fosse sepolto questo giovane che dal fronte non fece mai ritorno a casa. In realtà, nessuno dei suoi familiari sapeva dove potesse trovarsi. Era quasi come se non si aspettassero più nulla oramai, ma dopo averlo conosciuto attraverso le sue lettere, ho deciso di ritrovarlo. Non è stato facile, ho dovuto interpellare il Ministero della Difesa, da dove mi è stato indicato il luogo della sepoltura: Caporetto”.

    Dopo aver conosciuto il luogo in cui riposavano le sue spoglie cosa hai fatto?
    “Nel 2012 ho deciso di recarmi sulla sua tomba, in Slovenia, per rendergli omaggio e riunirlo anche solo per un momento alla sua famiglia. Tra noi ci sono cento anni di distanza, eppure è quasi come se ci fossimo davvero conosciuti. Quella visita ha rappresentato per me una sorta di ricongiungimento”.

    Cos’è la cosa che ti ha colpito maggiormente leggendo quelle lettere e, dai suoi racconti come te lo immagini il tuo prozio?
    “Uno degli aspetti più suggestivi è la delicatezza con la quale si rivolge alla moglie. Con lei, ma anche con la madre, non fa mai emergere la crudeltà della guerra che sta vivendo sulla propria pelle. Le dice spesso che sta bene e le raccomanda di non preoccuparsi per lui. Le descrive le alture della Majella con un’assoluta semplicità e meraviglia, tipica di un contadino che non ha visto altri luoghi oltre a quello in cui è nato. Dalle sue parole traspare l’amore che ha verso i suoi cari e le attenzioni che riserva loro, ai quali non confida spesso le angosce più atroci che nutre sotto il rumore delle bombe. Per questo me lo immagino come un contadino, diciamo così, dai sentimenti delicati. Un’immagine che quasi stride con l’idea che si ha di chi a quei tempi lavorava in mezzo ai campi”.

    La violenza della guerra non esplode mai nelle sue parole?
    “Si emerge, ma in realtà Giuseppe si sbilancia di più nell’aspetto tragico della guerra nelle parole che dedica a suo padre, forse in quanto uomo. È a lui che racconterà come il 15 agosto del 1916 sia stato ferito in maniera seria. Subito gli dirà di essere stato fortunato a indossare in quel momento il ‘cappello di ferro’. Lo chiama così l’elmetto che ha sulla testa. Un modo di dire tipicamente contadino, che ben rappresenta chi in fondo pur in un altro contesto, resta legato alle proprie origini e alla propria semplice dimensione. Un particolare questo, dal quale è nato il nome dello spettacolo. Un modo di dire che mi è sembrato ben rappresentare quel Giuseppe che ho avuto modo di conoscere, attraverso i pensieri che è riuscito a mettere nero su bianco”.

    Una storia quella del tuo prozio che è diventata uno spettacolo teatrale. Che rapporto hai avuto con il regista Emanuele Gamba, con gli attori e quanto credi che ciò che è stato messo in scena abbia rispecchiato l’idea che avevi di questo personaggio?
    “Credo che il regista abbia davvero colto nel segno e messo in scena tutto ciò che io mi ero prefigurata, privilegiando la dimensione umana della storia. Sono estremamente soddisfatta anche dell’attore che ha interpretato il ruolo di Giuseppe, il giovane Giulio Maroncelli, che mi ha confidato di essersi sentito molto vicino al suo personaggio. Uno degli aspetti davvero suggestivi inseriti nel copione dal regista è stata poi la lettura di alcune parole che il generale Cadorna aveva indirizzato nelle sue missive alla moglie, pensieri che stridono fortemente con quelle di Giuseppe e che hanno l’effetto di rappresentare nel migliore dei modi l’assurdità della guerra”.

    Lo spettacolo andrà in scena per il pubblico del capoluogo il prossimo 19 maggio, mentre fino all’11 marzo gli spettacoli sono dedicati esclusivamente alle scuole molisane. Qual è il messaggio che vuoi arrivi ai giovani?
    “Questo è uno spettacolo che non vuole avere solo una funzione commemorativa, ma intende aprire un varco per riflettere e raccontare, attraverso la vicenda umana di un giovane, avvenimenti che hanno modificato irrimediabilmente gli assetti del mondo contemporaneo. Inoltre, vorrei che gli studenti possano fermarsi a riflettere su quanti giovanissimi hanno dovuto, in quegli anni, affrontare la guerra e quanti al fronte hanno perso la vita, proprio come mio zio. Ecco, vorrei fossero questi i messaggio che arrivassero loro”.